I banditi in giacca e cravatta.

nel vasto panorama delle umane genti, per quanto labile, frastagliato  e comunque personale,  ciascuno di noi traccia un confine fra personaggi che consideriamo positivi e quelli che invece non lo sarebbero…

Per un gioielliere verrebbe spontaneo ritenere i rapinatori al vertice dell'abominio, ma non é così.

Almeno, non per me, malgrado le varie rapine che mi hanno allietato nel tempo.

Certo, vederti sparire in un attimo il passato, il presente e una bella fetta di futuro non é fra i piaceri più travolgenti, né il rimanere almeno con tutti i debiti sarà motivo di particolare conforto, ma guardando il fenomeno da una ragionevole (e soprattutto esterna) prospettiva, emergono anche dettagli che pur non deponendo a favore dei gangsters, almeno ne sfumano un pochino la bieca immagine.

Non mi riferisco al balordo dal grilletto facile, magari strafatto di porcherie assortite, ma ai banditi professionisti, quelli che NON sparano praticamente MAI.

Professionisti, dicevo, che oltretutto incassano anche qualche rara e ben diretta pallottola dalle nostre benemerite e purtroppo malconsiderate forze dell'ordine…

Certo, tali malviventi non aspirerebbero (forse) alla gloria degli altari, ma salvo il caso non siano protetti da qualche etichetta pseudo-politica riscuoterebbero solo una meritata e sostanziosa riprovazione generale.

Orbene, quelli che a me danno maggior fastidio sono i banditi in giacca e cravatta, squallidi figuri che si aspettano rispetto e magari anche deferenza perché le loro "buone azioni" sono SEMPRE (o quasi) formalmente ineccepibili!

A me é capitato di accompagnare un amico che, vittima di una rapina, doveva incontrare il liquidatore della compagnia assicuratrice in quel di Torino, la mia amatissima (e sfortunata) ex capitale d'Italia:

l'esperienza non é stata delle più esaltanti, e ne conservo impressioni e vividi ricordi…

E  tutti dello stesso livello: negativi!

Macinare un centinaio e passa di km per per incontrare un impiegato di chi che aveva stipulato il contratto a Valenza non era certo un balsamo per l'umore, ma le prime impressioni avrebbero condizionato anche il più ottimista dei benpensanti, una categoria che non mi vede ingrossare le sue schiere.

Un palazzo anonimo, semiperiferico, fra altri palazzi grigi e simili, con un ufficio al piano terra piuttosto buio.

Un ufficio spazioso, ma arredato con mobili pretenziosi e impersonali, quasi provenissero da un'asta giudiziaria al ribasso.

Lo shock però fu l'incontro col perito liquidatore, un figurante improponibile persino come macchietta cinematografica in quanto "caricato" in modo troppo vistoso, e quindi poco credibile.

Capelli scuri pettinati con la riga, lucidi e impomatati con la vasellina o forse con l'olio di fegato di merluzzo, il tizio si presenta come "ingegner tal dei tali" e sospirando ci ringrazia per la necessaria visita.

Purtroppo allunga anche una pinna a forma di mano, un'appendice fredda, molliccia e per fortuna esitante, tanto che fingendo una grande attenzione per l'arredamento almeno io scampo la formale  e non gradita stretta.

Si entra subito nel merito con la disamina di tante fatture e scritture contabili, ovvero delle pezze giustificative a sostegno del valore relativo al danno subito.

Macché, il figuro monta una sigaretta su di un bocchino lungo una spanna e abbandonandosi mollemente sullo schienale della poltrona incomincia ad avanzare alcune (caute) riserve circa la veridicità delle documentazioni esibite.

Ma si trattava di documenti e di registrazioni ineccepibili, e poche osservazioni sono sufficienti per ricacciargli in gola tanto i sospetti quanto i vari, melliflui ammiccamenti.

Il primo round é nostro, ma lo scontro continua.

Il secondo tempo é più un circostanziato elenco di successi professionali del suddetto "ingegnere", successi che gli avrebbero conferito la fama di terrore dei truffatori.

Altre schermaglie "in punta di forchetta", e poi un nostro deciso affondo, una stoccata che crederemmo risolutiva:

ma lei, caro signore, si é accorto che si trattava di un sinistro assicurato "a primo rischio assoluto", ovvero la compagnia ci deve risarcire in capitale assicurato senza menare il can per l'aia, salvo la verifica che i gioielli siano stati effettivamente rapinati, e il cui valore fosse realmente quello dichiarato.

L'intera reception di un albergo, due dogane e due spedizionieri possono attestare la veridicità di quanto denunciato, e siccome i gioielli erano in "esportazione per tentata vendita", anche i valori non avrebbero potuto essere falsati:

anche il secondo round é nostro e, per usare un'immagine purtroppo attuale, anche noi "iniziamo a vedere una lucina in fondo al tunnel".

Una lucina sotto forma del sospirato assegno di rimborso perché per le varie denunce sono ormai passati mesi dal sinistro…

E quando ti rapinano, credetemi, é quasi sempre un affannoso accorrere di creditori sempre fiduciosi, sia chiaro, ma improvvisamente molto bisognosi di un saldo il più veloce possibile.

Se poi aggiungete che é comunque necessario disporre in fretta dei fondi per continuare l'attività non é difficile immaginare che l'assicurato non é in condizione di parità, né tantomeno di felice vantaggio, per affrontare un eventuale contenzioso.

Almeno, non con una specie di iena travestita da liquidatore come quella che ci guata con affettata (e falsa) comprensione…

Bene, il terzo round sembra vedere il liquidatore convinto delle nostre argomentazioni, o almeno privo di ulteriori eccezioni da opporre, ma qui il maramaldo gioca la sua carta:

ovvero sferra la pugnalata alla schiena:

la necessità di detrarre dal montante liquidabile il valore dello  "sfrido".

E cosa sarebbe tale novità? 

Con bonaria paternalismo il viscido ci spiega con malcelata sufficienza che durante il trasporto i gioielli si sarebbero strofinati l'un l'altro e risultando quindi più o meno abrasi, cioè danneggiati!

Come dire che i clienti sarebbero stati tanto stupidi da comperare oggetti bisognosi di ripristino estetico?

Come dire che la clausola del "primo rischio assoluto" é una bella cosa, ma se non accettiamo la sua proposta potremmo sempre adire le vie legali di una "terza istanza"?

 

Quelle vie legali che col processo ritarderebbero certamente per anni l'arrivo del maledetto rimborso, un rimborso senza il quale si dovrebbe quasi certamente chiudere bottega?

E' chiaro allora che siamo in presenza di uno sporco, infame ricatto, e un robusto manrovescio sull'odiosa e compiaciuta faccia ci starebbe proprio bene.… 

Ma per fortuna una discreta e significativa pedata sotto il tavolo suggerisce l'inopportunità di prendere per il collo il gentiluomo liquidatore.

Perché avremmo certamente pagato a caro prezzo quella piccola e moralmente legittima soddisfazione!

Si, lo ripeto e lo sottolineo ancora:  i banditi con la maschera in faccia e una pistola in mano mi fanno molto, molto meno ribrezzo.

Rubino chiaro, o corindone rosa? E' lo stesso cristallo, ma ha valutazioni diverse.

Corindone rosa o rubino pallido?

Chiamare le gemme col loro nome non é un problema da poco...

Rubino pallido, naturalmente anzi chiaro, affinchè l’aggettivo non richiami languori e tristezze da Mimì della Bohème!
Anni fa la Dr.ssa Superchi (direttore del CISGEM di Milano) sollevò il problema in una conferenza tenutasi presso il museo della scienza e della tecnica, ipotizzando l’adozione di tavole colorimetriche cui far riferimento per stabilire i necessari confini:
Il mostruoso (e carissimo) Farbenatlas DIN tedesco (atlante dei colori secondo le Deutsche Industrie Normen) che non riscosse per nulla gli entusiasmi dei presenti; Farbenatlas cui potremmo affiancare oggi le tavole certificate "PANTONE" made in USA.

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Le pietre da collezione... che sarebbero eccellenti anche in gioielleria

Da collezione, perché sono tanto pochi a conoscerle che il settore della gioielleria tradizionale le trascura in blocco.

E fa male, naturalmente, per tanti motivi tra i quali quello economico non è certo l'ultimo.

Da decenni in Europa e in America fiorisce un appetibile commercio basato su tutte quelle gemme che da noi vengono così infelicemente definite "semipreziose".

Tutti parlano (e molti sproloquiano) delle quattro grandi, per poi evaporare con un'alzata di spalle al primo, timido accenno di un nome diverso. E così si perdono la possibilità di profitti interessanti, di margini molto remunerativi, di rinnovamento e diversificazione di magazzino e di offerta.

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Il valore della carta: stesso diamante ma con definizioni e quindi prezzi diversi...

Ite, missa (in scena) est! Il celebrante, Sua Eminenza il Rapaport (1*), benedice così la torma dei suoi fedeli diamantivendoli, e regala loro un nuovo grado per la classificazione della purezza: S.I. 3.

Per chi non lo sapesse, il Rapaport Diamond Report è un bollettino edito in quel di New York che, in cambio di un congruo numero di U$ dollars vi aggiorna periodicamente sul prezzo dei diamanti secondo le varie classificazioni qualitative in uso.

Fino all'altro ieri tutto bene, ma ieri gli abbonati hanno avuto la sorpresa di scoprire un nuovo grado di purezza inserito nelle consuete tabelle, con l'accompagnamento di un fondo dell'editore a spiegazione e commento dell'accaduto.

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Gioiellieri: categoria professionale o armata Brancaleone?

Nessuno è profeta in patria, recita un vecchio proverbio, per cui ci si potrebbe astenere dal tentativo di analisi dei nostri problemi, prima, e dal suggerimento di alcune soluzioni, poi.

Levando però alti lamenti quando le "soluzioni" ci venissero paracadutate dall'alto, tanto assurde quanto coercitive, e così avulse da qualsiasi logica da poterle tranquillamente ritenere d'origine extraterrestre!

Se accennassimo a un piccolo esame di coscienza, però, è probabile che ci ritroveremmo con un poco d'amaro in bocca, dato che sovente siamo stati complici, oltre che vittime, di comportamenti e scelte inadeguati.

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Gemmologo, perito o cosa? Meglio la collaborazione della competizione...

Amleto, dopotutto era un dilettante, visto che il suo essere o meno impensieriva solo lui, alla fine dei conti!

Se i suoi dubbi avessero invece riguardato il mondo dei gioielli in generale, e delle pietre preziose in particolare, invece del teschio avrebbe forse palleggiato più volentieri una bomba a mano.

Sempre col dubbio se fosse meglio lanciarla agli avversari o non, piuttosto, ai colleghi...
Certo almeno avrebbe avuto il conforto di una numerosa compagnia, perché periti e gemmologi sono sovente l'un contro l'altro armati, e non si volgono sommessamente da nessuna parte!

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Fiere del settore: lavoravano per la categoria, ma ora succede il contrario.

Qui comincian le dolenti note, verrebbe voglia di sottotitolare, ma sarebbe alquanto riduttivo:
innegabile però che fiere, mostre e iniziative varie inflazionano ormai l’agenda del settore, e non sarebbe male provare a inquadrare almeno, nella speranza di risolvere presto, alcune delle storture che le caratterizzano in blocco.

Il numero, innanzitutto:
se il mercato è costituito da 1000 clienti, fare 10 o 100 fiere non aumenta certo il numero dei compratori, e in più li rende pigri, o almeno propensi a frazionare, se non a rimandare, quegli acquisti che si potrebbero (e si dovrebbero!) pianificare con ragionevole periodicità.

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Gli altri modi di vendere: la crisi é innegabile, ma facciamo tutto il possibile per arginarla?

In negozio abbiamo aggiunto tanti articoli complementari il cui successo commerciale è magari discreto, ma la cui funzione è innanzi tutto quello di aumentare il numero degli habitué che ci fanno visita.

Già, perché vetrine blindate, campanelli e porte di sicurezza sono barriere psicologiche non indifferenti, perciò se la montagna non va da Maometto...

Non che tutti debbano inventarsi una vendita via TV, per carità:
quelle che ci assillano sono già troppe, visto anche il modo con cui lo fanno.
Però fra l'imbonimento televisivo e il porta a porta del pentolame c?è uno spazio notevole che si potrebbe, anzi si dovrebbe, sfruttare con un minimo d'iniziativa, e con un massimo d'impegno.

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Certificati d'analisi: come mai sembrerebbero più appetibili quelli esteri?

Le gemme si vanno affermando come bene rifugio e, lentamente ma con regolarità, aumenta il numero dei clienti che le richiede accompagnate da un certificato d’analisi.
I diamanti, in particolare, ormai da anni sono quotati in base a caratteristiche definite secondo precisi criteri internazionali che, per impegno comune, sarebbero perfettamente sovrapponibili:
il problema quasi irrisolvibile è quello già codificato ai tempi dell’antica Roma con il detto "chi controlla i controllori?"

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Roba da Apartheid. Ovvero la malintesa importanza attribuita alla "purezza" dei diamanti.

La scena si svolge nella solita, tipica gioielleria "di famiglia", con la solita, affezionata clientela del tipo "quasi famigliare"; l'atmosfera è di contenuta soddisfazione mentre gli attori sono raccolti attorno al soggetto che ha motivato la riunione: un gioiello con diamante/i.
Un paio d'orecchini con due splendide gocce, un ciondolo che sembra il ritratto della gioia di vivere, un solitaire che anticipa i fiori d'arancio, o una fedina che segue l'arrivo del primo bebè, non importa, il copione si ripete come il sacro rito di una religione universale.

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