| India - Una realtà confusa... nella leggenda |
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| Mercoledì 21 Maggio 2008 19:15 |
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India, "toccata e fuga": ecco un titolo che sintetizza con efficacia le esperienze in un continente (chiamarlo nazione ci sembra improprio, e comunque riduttivo) che da anni vorremmo conoscere almeno un poco, e dal quale siamo sempre fuggiti senza nemmeno un alibi decente. Anche questa volta Bombay é solo una tappa, l’occasione per comperare qualche lotto di 8/8, i microscopici diamanti che qui tagliano quasi in esclusiva per tutto il mondo. Nessuna digressione dall’itinerario, e le visite a Madras, Deli e Calcutta sono rimandate a data da destinarsi: che sia la conseguenza dello shock del primo contatto? C’é una prima volta per tutto, si dice, e sarebbe qualcosa d’indimenticabile, che poi si ricorda con tenerezza e nostalgia.Ma il nostro primo sbarco in un aeroporto disastrato da un recente incendio fu un episodio da dimenticare, e non certo, o non solo, per i disagi di un capannone in lamiera dove espletare le formalità di sbarco, ma soprattutto per quello che ci aspettava fuori. E dopo! Usando il tempo presente per licenza storica ai danni della grammatica, cominciamo subito a sospettare che qualcosa non giri per il verso giusto. Infatti Prem, quella canaglia, non si vede, e troviamo un suo messaggio di scuse che, almeno, ci conferma l’albergo dove ci vedremo domani. Il problema però é raggiungerlo, visto che sono quasi le undici di notte, e il piazzale antistante l’aeroporto assomiglia a quello della stazione centrale di Milano. Il bus dell’Alitalia é riservato agli equipaggi, e abbiamo subito la certezza che ci lasceranno a terra comunque, anche se ci mettessimo a piangere. Ci sono dei taxi, naturalmente, e malgrado abbiano un aspetto preoccupante, c’imbarchiamo su quello il cui conducente parla con un poliziotto. E non solo parla, ma gli lascia le sue generalità, oltre alle nostre, complete del numero di passaporto e albergo di destinazione. Non dobbiamo meravigliarci, ci tranquillizza l’autista, é una prassi normale per la nostra sicurezza: nel caso non dovessimo (mai) arrivare alla meta, la polizia (la squadra omicidi, per la precisione) saprebbe a chi fare le domande di rito. Inutile dire che l’atrio dell’hotel ci accoglie, spossati naufraghi della vita, dopo quasi un’oretta di giustificata inquietudine. Patetica, certo, ma solo col senno di poi… L’albergo non può essere che il Taj Mahal, antica residenza di Maharajah, la cui parte vecchia, da sola, vale il viaggio: con il Danieli di Venezia e il Peninsula di Hong Kong é roba da viaggio di nozze, conto corrente permettendo. Con la sicurezza si ritrova subito anche la gioia di vivere, e visto che Prem si farà vivo solo verso mezzogiorno, alle otto del mattino dopo siamo già a mezzo chilometro dall’albergo, in uno dei tanti, incredibili mercati che si incontrano ovunque. Qui, finalmente, diradano gli sciami di bambini che circondano i turisti in libera uscita, toccandoli sul braccio per sollecitare qualche rupia in cambio di un sorriso. Quanto argento! Bracciali, anelli e collane su banchetti o su teli allargati per terra, con e senza pietre preziose, ma comunque di fattura decisamente pregevole. Molto ciarpame da hippies, naturalmente, ma il contrasto é tanto notevole che chiunque potrebbe scegliere a colpo sicuro, con le insolazioni comprese nel prezzo. Le venditrici sono gentili e ben poco insistenti, così puoi guardare con calma e osservare con attenzione i pezzi migliori. Confessiamo che ci piacerebbe comperare a piene mani ma l’idea di tornare a discutere con quel direttore di dogana che imperversava a Malpensa ci dissuade, e guadagniamo l’ombra dei portici che arricchiscono le vie verso il centro. Qui é il regno del tessile, e le bottegucce si susseguono ai grandi magazzini, ma tutti, indistintamente, riscuotono la nostra gratitudine: infatti, forniscono la materia prima per l’abito femminile più bello, e più suggestivo che esista al mondo: il sari. Che é già bello dentro le vetrine, ma quando lo vedi passeggiare con dentro un’indianina flessuosa come un giunco, ti rendi conto che il controllo delle nascite, da queste parti, é davvero poco più di una chimera! Ormai é tempo di tornare, purtroppo, e troviamo Prem che si dichiara felice di conoscerci, e onorato di darci il benvenuto nella sua patria. Dato che ci é passata la voglia di strangolarlo, ci lasciamo dirottare verso un ristorante tipico, che gli imponiamo come pena per lo scherzo dell’aeroporto. Ottima, nelle sue infinite varietà, la cucina indiana. A patto di avere il palato foderato d’amianto, si scopre cos’è il vero riso al curry, quello di grado 2; il grado 1 é per i turisti, il 3 solo per i nativi, dato che il cameriere si rifiuta di servircelo. E capiamo subito il perché, visto che i gradi si riferiscono certo alle ustioni che il condimento é in grado di provocare. Il pranzo non dura moltissimo, ma convenevoli e informazioni turistiche sconsigliano di dirottare verso l’ufficio, e pertanto ci limitiamo a precisare che non c’interessano le pietre di colore. Si, Prem, grazie, gli smeraldi indiani sono famosi, i rubini molto convenienti, gli zaffiri particolarmente abbondanti, ma la vuoi capire si o no che vorremmo vedere solo diamanti? Si, Prem, lo sappiamo che perdiamo un’occasione, ma per favore, dicci subito se hai quello che cerchiamo. No problem? Allora arrivederci a domattina, thank you. Ma l’indomani niente ufficio: il nuovo palazzo degli affari é fonte di distrazioni... commerciali, sospettiamo, e casa sua é meglio. Quattro figlioletti vivacissimi ma disciplinati, e una moglie di gentilezza squisita, che ci offre il the. Ed ecco la processione dei tagliatori, che aprono lotti su lotti, a botte di cinquanta o cento carati per volta. Primo esame agli U.V. e prima selezione: alcune partite sono talmente ricche di esemplari fluorescenti che sono certo state assemblate ad arte: no, grazie, non é roba che fa per noi. Qualche venditore protesta, ma un paio vorrebbero comperarsi sia la lampada, sia il box con cui la usiamo, e ne riparleremo prima della partenza. Prem, lente e pinzette alla mano, comincia le osservazioni sui lotti rimasti, e scrive le sue note: Star, Crown, Extra sono i termini che biascica, e dei quali ignoriamo ancora i corrispondenti di casa nostra. Con la lampada normalizzata dobbiamo far accostare gli scuri delle finestre, e anche spegnere le lampade della stanza: muri, tende e pavimenti sono tutti in varie tonalità di giallo, e non ci sembra proprio il caso di contarci frottole da soli. Altra levata di scudi, questa volta più consistente, perché molti dei campioni prelevati a caso dai lotti rivelano evidente saturazione di colore sulle cartine bianco neve che ci siamo portati da casa. Ma il coro dei mugugni diventa universale quando pretendiamo di usare il microscopio, e anche Prem ci fa notare che il tempo é denaro: dopotutto, gli altri compratori si accontentano di una lente, di un biglietto da visita piegato, e di una finestra! I tagli indiani lasciano sovente a desiderare, e sebbene la selezione di purezza sia stata condotta con professionalità, debbo constatare che la ricerca di merce valida costerà più tempo del previsto. Qualche lotto buono, ma molte partite sembrano l’ammucchiata raccogliticcia di parecchie taglierie, e non tutte qualificate. Bene, per oggi basta, sigilliamo quanto vale la pena di ricontrollare e congediamo la dozzina di venditori che non hanno superato l’esame. Quasi certamente non ci siamo guadagnati molte simpatie, nelle ultime ore, ma Prem c’invita nuovamente a cena, in un grande albergo, dove. lui e consorte si scongelano, e dalle cortesie formali passiamo alle confidenze personali; Non che ci sia il coprifuoco, ma é meglio non fare tardi, e domani si lavora. Prem, in uno slancio di generosità, si offre di cercarci una moglie come suo padre ha fatto per lui, presentandogliela un paio di settimane prima delle nozze. E, se la volessimo scegliere fra le fanciulle cattoliche (cosa che lui sconsiglierebbe, perché meno sottomesse), c’é giusto un esclusivo collegio femminile dove certe monache educano le giovinette della migliore borghesia, quelle senza limiti di dote! Ci penseremo, promettiamo, ma intanto vorremmo fissare l’appuntamento per domani, ma niente da fare: é una festa Indù e non si lavora. Poi c’é il week end, e così faremo i turisti fino a lunedì. Nuovo giro per portici e mercati, dove incontriamo Lalli, hostess Alitalia in vena di compere: é in vacanza, e fa incetta di certi braccialetti in plastica dai colori iridescenti, tipo arcobaleno. Le sue amiche se li contendono furiosamente, e lei si diverte un mondo nel relativo shopping. Grazie a lei conosciamo un gioielliere con la passione dell’antiquariato, e ci lucidiamo gli occhi con gioielli appartenuti a Maharajah e a Maharani, tutti però fuori portata per le nostre finanze. Solo un delizioso paio di orecchini in zaffiri e diamanti ha un prezzo abbordabile, ma cediamo volentieri l’acquisto a Lalli, che li indossa immediatamente. Le piacciono gli spinelli, Sir? Si, ovviamente, ma devono essere di un bel rosso intenso. E il gioielliere, che forse ci aspettava al varco, ci allarga un lotticino di forse una trentina di pezzi dal colore mozzafiato! Ecco perché lo chiamano "imperiale", e ci sembra che il nome sia davvero appropriato. Attorno ai due carati, li faremo ritagliare perché sono tagliati in modo rudimentale, ma sono i più belli che abbiamo mai visto, e ce li cede anche a un prezzo ragionevole. E, purtroppo, alcuni esemplari saranno poi rovinati da un incastonatore nostro concittadino che, scambiandoli per rubini, li passerà tranquillamente (e bovinamente) di lima… Quando si dice la sfortuna! Il gioielliere ci racconta di aver salvato il lotto dallo smembramento solo in modo fortuito, arrivando subito dopo la fusione dei magnifici, antichi gioielli dai quali le gemme erano state smontate. Già, capita anche questo, e lo si constata con tristezza. Ormai il caldo non é più troppo violento, e la passeggiata davanti al Taj Mahal é animata come nei giorni di festa, sotto l’arco chiamato la "porta dell’India". Eretto ai tempi delle colonie, a due passi dal mare e in onore del viceré inglese, é una delle attrattive turistiche più conosciute, e certo fra le più frequentate, anche solo per una foto ricordo. Se potesse parlare, certo lamenterebbe danni agli attributi virili in conseguenza dell’urto del sacco sul duro selciato: ah, i bei tempi in cui aveva un comodo, e molleggiato, cestino di vimini! La sera, una sorpresa: siamo invitati a una festa in casa di uno sconosciuto commerciante di seta. Il giorno dopo, domenica, visita allo zoo dove ci accompagna malvolentieri Ema, hostess Air India, che vorrebbe mostrarci ben altre bellezze di Bombay. E lo zoo non é fra queste, dato che gli animali non appaiono certo in buone condizioni. Al bar bibite e gelati hanno un’aria sospetta, e sarà meglio optare per la bevanda che ha permesso agl’inglesi di mantenere un impero: il the. I due bicchierini di plastica arrivano con comodo, ma nel nostro galleggia una mosca che segnaliamo al cameriere. Oltretutto non c’é nemmeno un angolino fresco dove sudare di meno, e con i profumi della notte arrivano anche i moscerini. "Ma domani la porto a vedere i templi sull’isola di Elephanta, vedrà, le piaceranno". Ecco, amici cari, é inutile che abbiate mescolato partite di pietre ben tagliate con altre che, bontà nostra, parrebbero lavorate da vittime di crisi etiliche. Col microscopio si vede benissimo quanti sono gli esemplari con la tavola di sbieco, come un cappello sulle ventitré, o quelli che paiono appena tolti dal freezer, tanto sono ricchi di ghiacciature. Per non parlare poi del taglio nel suo insieme, perché se un lotto appare perfetto (lo Star che ho comperato), molti altri sembrano prodotti da apprendisti volonterosi ma poco capaci. Bene, adesso siamo liberi d’andare a zonzo con la macchina fotografica, e per prima cosa cambiamo albergo: il Poonam che ci alloggia ha conosciuto tempi migliori, come testimoniano la tappezzeria e la piscina in disuso, ma é molto meno caro, e per qualche giorno andrà benissimo. Oltretutto, i gechi sul soffitto e sul vetro della finestra combatteranno i moscerini per nostro conto, e li guardiamo con affetto. Bombay, se non hai nulla da fare (e una guida come Ema) é una città affascinante, e girarla in carrozzella é davvero una bella esperienza. Elephanta era meta di pellegrinaggi Indù, e i maestosi templi che la costellano sono un libro di storia scolpito nella roccia, che ora é assediato dalla vegetazione tropicale. E da grosse, antipatiche e prepotenti scimmie che, se irritate, potrebbero anche diventare pericolose. Un occhio a loro, e uno alle sculture che richiamano con plastico realismo le figure del Kama Sutra, e viene l’ora di tornare all’imbarco. Di nuotare fino a riva non se ne parla nemmeno, la scelta sarebbe annegare o fungere da dessert per i pescecani, che magari si staranno già legando il tovagliolo al collo! Ma, strano, la cosa peggiore non é la paura nel sentirsi impotenti nel pericolo, bensì la sensazione di essere dei perfetti cretini per essere andati a cercarlo proprio con la lanterna!
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