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Per legittima difesa ...

 

Quando il diritto appare come una "variabile indipendente",
"Per legittima difesa" vorrebbe essere uno spazio a disposizione in cui

1  -  segnalare almeno alcune delle vessazioni a danno del comune mortale, e
2  -  magari tentarne una soluzione, segnalandole a chi di dovere.

 

I nostri argomenti:
- Cittadini in un moderno stato di diritto, o sudditi in un moderno medio evo?
- I nostri rappresentanti in parlamento.
- Campo minato?
- Viva la trasparenza!
- Diritto alla privacy

- La parte debole ...
- Dormiamo sonni sereni. Evviva!
- Pubblico è bello.
- Formazione professionale e monitoraggio
- Cercasi dispersi:
- Cooperazione e fantasia

 

Cittadini in un moderno stato di diritto, o sudditi in un moderno medio evo?

Quando il diritto è una "variabile indipendente" la risposta è facile, e certo più semplice di una qualsiasi soluzione correttiva.

"Per legittima difesa" vorrebbe essere uno spazio a disposizione in cui

1 - segnalare almeno alcune delle vessazioni a danno del comune mortale, e
2- magari tentarne una soluzione, segnalandole a chi di dovere:

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I nostri rappresentanti in parlamento.

L'elenco che pubblichiamo è in via di completamento, ma già sufficiente per inviare una e.mail ai nostri onorevoli:
perché non approfittarne?

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Campo minato?

Fare il perito può essere pericoloso: non solo e non tanto per le rapine, contro le quali ci si può assicurare, ma anche per merito della legge.

Pur derivante da un ineccepibile (?) principio sul piano formale, la conseguenza pratica potrebbe essere quella di limitare il lavoro alle sole consulenze richieste dal tribunale.

Già, perché l'essere considerati innocenti fino a sentenza contraria (e passata in giudicato) sarebbe una magra e tardiva consolazione di fronte all'onere della prova.

Prova che, l'esperienza insegna, non è quasi mai certa, ma quasi sempre costosa!

Con l'eccezione dei processi per direttissima, i tempi biblici della giustizia (tecnicamente si avvicinano però alle ere geologiche) lasciano ampi margini ai collegi della difesa per invocare, nell'ordine:
a - la buona fede
b - l'impossibilità di accertare una provenienza illecita
c - il principio de "il possesso vale titolo" per i beni mobili non registrati,
d - la specchiata reputazione di probità dell'imputato, le cui immacolate referenze risalgono fino ai tempi della prima comunione.
Eccetera,

Ma si tratta comunque di una grana da esaurimento nervoso o almeno da ulcera gastrica.

Nell'attesa che un qualche provvedimento correttivo tuteli persino gli innocenti, forse sarebbe meglio optare per perizie su castelli scozzesi e palmizi caraibici.

Non si sa mai.

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Viva la trasparenza!

"Incensurato" dovrebbe corrispondere a un casellario giudiziario immacolato, e tale illusione culla anche chi, magari venti o trent'anni prima, è stato condannato per un'infrazione qualsiasi, con tanto d'ammenda e "beneficio della non iscrizione".

Pochi sanno pero che oltre al casellario di cui sopra, locale, n'esiste un secondo, in quel di Roma, ove l'iscrizione avviene ed è conservata in eterno.
In teoria, dopo qualche anno di buona condotta, si potrebbe inoltrare la domanda di cancellazione (o riabilitazione, o come si chiama), ma riesce difficile chiedere qualcosa di cui s'ignora l'esistenza.

Di cui la vittima ignora l'esistenza, perché la pubblica amministrazione tiene il tutto a disposizione di chi di dovere, pur nelle prescritte forme.

Così, un malcapitato e ingenuo aspirante all'emigrazione scopre di essere un pericoloso pregiudicato, e pertanto indegno di accoglienza, grazie al consenso manifestato per l'accesso ai suddetti archivi!

Domanda: in Europa lo sanno che gli italiani godono di questi privilegi?

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Diritto alla privacy

Alessandro Manzoni l'avrebbe certamente immortalato quale pensoso dubbio di don Abbondio, perché al nome accattivante corrisponde una nebbia di diritti / doveri nella quale, a nostro avviso, sarebbero inadeguati persino i radar della NASA.

In comune accettano l'autocertificazione, ma in certe banche, per pagarti un assegno, pretendono l'autorizzazione a processare i tuoi dati personali:
esibire documenti di riconoscimento, evidentemente non basta più, o almeno non basta sempre.

In compenso, copiare nel computer gli indirizzi da un elenco telefonico è azione da denunciare in questura (con carta bollata?) e da proteggere con parola-chiave (password) machiavellica, perché altrimenti sono grane.

Chiedere referenze è un azzardo, ma darle è un tentativo di suicidio, e neanche tanto metaforico, visto che si rischia la condanna a priori: d'ufficio, vien da dire.

Segnalare a un collega, commerciante e confratello nel rischio commerciale, il noto truffatore?
Giammai, è reato!
Elencare il pedigree di condanne per assegni a vuoto, appropriazioni indebite e insolvenze varie del distinto mariuolo è un delitto che grida vendetta al cospetto di dio, vero?

Difendendo la "vittima", il più sprovveduto degli avvocati ammetterà si l'emissione di cambiali con la disinvoltura di una ciclostile, ma negherà che l'abituale insolvenza delle medesime giustifichi i dubbi sul ravvedimento del proprio assistito.

Assistito quindi gravemente danneggiato nella sua pur recente castità commerciale, e quindi santamente titolare di congrui diritti a un pingue risarcimento.

E a un'inviolabile privacy, perbacco.

Ma niente paura, c'è un garante apposito: ci pensa lui a rimettere tutto a posto.

Noi possiamo dormire i nostri sonni.

Tranquilli?

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La parte debole ...

In una recente trasmissione televisiva (rai 3?) il prof. Ugo Ruffolo (*) sollevò la non secondaria questione delle garanzie che le banche chiedono a fronte dell'erogazione di mutui e prestiti.
Garanzie che ammontano a due, tre volte il valore delle somme erogate, e che quindi limitano notevolmente la possibilità di accedere a ulteriori crediti.

Un principe del foro potrebbe ravvisare, se non gli estremi, certo alcune analogie con l'usura, ma senza sognare tanto limitiamoci a chiedere:
che fine ha fatto il concetto di "stato di bisogno"?
Verrebbe spontaneo chiedersi quando tale principio è stato declassato a incidente occasionale, da invocare (e da applicare) a discrezione…

Di seguito, un imprenditore (fallito per un'improvvisa revoca del credito bancario), segnalava che da dieci o quindici anni era ridotto allo stato di morto civile per le conseguenze del fallimento stesso, forse ancora aperto.

Formalmente sarà tutto a posto, perché la doppia firma che tutti appongono approva le onnipresenti, famigerate "clausole vessatorie", ma nel caso specifico viene spontaneo chiedersi quale sia il rapporto fra legge e giustizia.

O no?

(*) Il dr. Ruffolo, ordinario di diritto all'università di Bologna, è oggi deputato alla camera (RUFFOLO_U@camera.it) e come tale potrebbe proporre gli opportuni provvedimenti correttivi:
vogliamo ricordarglielo?

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Dormiamo sonni sereni. Evviva!

Grazie all'assicurazione dell'automobile, che sarà si obbligatoria, ma è dalla nostra parte, perché ci protegge e ci tutela.

Le decine di clausole scritte in caratteri piccoli piccoli?
La doppia firma sulle clausole vessatorie?

Ma è una prassi normale, tanto non le legge nessuno, e non contano nulla.
Se non succede niente, beninteso.

Se invece ci scappa il morto, magari per un tamponamento, la musica cambia, e meglio ancora se, invece di una, il malcapitato è stato tamponato da due automobili, assicurate da compagnie diverse.

Da che mondo è mondo, i morti tacciono, e gli avvocati no, e nella fattispecie il contesto è ideale:
non si nega il concorso di colpa, ci mancherebbe altro: sarebbe una posizione indifendibile, e poi anche dannosa per l'immagine, vero?

Molto meglio avviare un contenzioso con la consorella in tema di percentuali:
a me il quaranta per cento di colpa, e a te il sessanta, che potremmo liquidare subito ai dolenti eredi.

No?
Vuoi addossare a me il sessanta per cento della cifra?
Giammai, decida quindi il giudice, secondo equità e giustizia.

Con il risultato d'una decina d'anni di rinvii, di perizie, di eccezioni in un mercimonio che giustificherebbe un aggiornamento della legge Merlin.

Tutto a norma di legge, naturalmente, con gli "eredi" del morto magari ridotti all'inedia per la scomparsa dell'unico sostegno familiare, ma ciò é giuridicamente irrilevante.

Ma il giudice, stabilita (o concordata) una cifra qualsiasi per il sinistro, non avrebbe potuto imporne il pagamento in parti uguali alle due compagnie, riservando poi il calcolo di percentuali e compensazioni diverse a tempi successivi?
Eh, no, questo non è previsto dalla legge.

La cifra liquidata è largamente inferiore al danno effettivo?
Ma via, come si fa a quantificare il valore di una vita?
E poi, visto che come imprenditore autonomo aveva cominciato da poco, non valeva neppure troppo:
guardate che miserabile dichiarazione dei redditi aveva!

I soldi sono soldi, e incassare ora, o dopo dieci anni, non fa alcuna differenza.
Tantopiù che su di essi matureranno gli interessi legali che, come noto, difendono ampiamente gli "aventi diritto".

Gli eredi hanno accettato una cifra qualsiasi solo per sfinimento, paventando il prosieguo "ab aeternum" del calvario?
O, magari, perché dissanguati dagli acconti per gli avvocati, anticipi versati al posto dell'affitto di casa?
Eh, si sa, la vita è dura, a volte!

Finita la causa, i legali degli eredi, impegnatisi a fondo per far accettare la cifra offerta dalla controparte, sono poi passati al servizio di quest'ultima?
Ma è naturale, trattandosi del giusto riconoscimento di competenza professionale e di correttezza etica.

E non dubiti, avvocato, il tempo di riprendere la corriera e torneremo subito portandole un assegno circolare a conguaglio delle sue competenze:
e anche a ritirare l'assegno vittoriosamente conquistato per conto nostro e che, forse per evitarci spiacevoli amnesie, lei ora gentilmente trattiene.

Come un'assicurazione, insomma.

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Pubblico è bello.

Privatizzare sul serio? Ma siamo matti?
Via, non scherziamo, e lasciamo le favole a destinatari più giovani!
Se privato significa capacità, efficienza e responsabilità, allora il concetto rimane una semplice chimera per una larga parte delle amministrazioni pubbliche,

Quelle, per intenderci, che dovrebbero essere al servizio del cittadino, e che invece si crogiolano nella collaudata indolenza con cui riempiono gli intervalli fra uno stipendio e l'altro.

Sia chiaro, non che le doti di cui sopra manchino, soprattutto a livello individuale, anche nel "pubblico", ma si trovano distribuite a macchia di leopardo secondo un ordine del tutto casuale, col risultato di una burocrazia inefficiente, soffocante e, soprattutto, irresponsabile.

Esempio: l'ufficio XY, emanazione del ministero taldeitali, emette una raffica di ordini d'acquisto, per attrezzature e materiali di consumo:
la prassi è in ordine, il protocollo pure, e qualche ingenuo fornitore abbocca, magari fiero di essere stato prescelto fra tanti.

E, clamoroso errore, manca di notare che nella richiesta protocollata con cura mancano un paio di particolari significativi:
i termini di pagamento, e il nome del responsabile, secondo la prassi consueta nel "privato".

Così inizia la via crucis di lettere e telefonate per rivendicare, pur dopo mesi di attesa, l'elemosina di un saldo, del quale nessuno gli nega il credito.
Beninteso, nessuno glielo nega, ma solo perché nessuno si considera competente per dargli non già un termine preciso, ma nemmeno la soddisfazione di un interlocutore in prima persona…

Si rivolga all'ufficio… che è sempre un altro, chieda del dottor… che è in ferie o almeno fuori stanza, fino a un seccato richiami fra un paio di settimane, che tronca la gratificante conversazione.

Qualcuno a volte si sbilancia, pietoso anche se anonimo, e precisa magari che i fondi ci sono, sono stati stanziati e attribuiti per tempo, ma "il nuovo direttore vuole prima vederci chiaro, e poi si vedrà".

Direttore ovviamente irraggiungibile, forse impegnato a confrontare fatture e relative forniture, chissà?

Si parla tanto di riforme, e sarebbe bello se, in quella della pubblica amministrazione, s'introducessero davvero quelle regole di correttezza e di managerialità che si sbandierano con tanta, inutile frequenza.

Magari, potrebbe essere una richiesta prioritaria avanzata dai sindacati del pubblico impiego, tanto per distrarsi dal monotono elenco di puntigliosi "mansionari" .
Mansionari tutti a beneficio dei propri pupilli, ovviamente, perché il popolo, il volgo, è un'entità aliena e del tutto insignificante.

Si scomoderà il parlamento, per tentare un giro di boa?
O basterebbero le famose circolari ministeriali perché i bonzi del bollo tondo assumano le responsabilità da sempre consuete al difuori del loro Olimpo?

Pensate che pacchia leggere un paio di righe del tipo:
"l'ordine di cui al protocollo n… è stato emesso dall'ufficio … sotto la responsabilità di… che, salvo contestazioni relative alla fornitura, provvederà al saldo entro 30 giorni data fattura;

Eventuali ritardi saranno risarciti al fornitore con le stesse percentuali che la pubblica amministrazione impone in caso di mora" .

Fantascienza o vera e propria utopia?
Forse, ma certo tanta nausea.

Ma proprio tanta, perché pubblico è bello.

Soprattutto dalla parte del "pubblico".

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Formazione professionale e monitoraggio

Ormai da alcuni anni si assiste a un fiorire d'iniziative volte alla "formazione professionale", sovente finanziate con soldo pubblici.
In toto o in parte, nazionali o CEE; questi finanziamenti servirebbero per fornire qualifiche e capacità lavorative a chi vuole inserirsi nel mondo produttivo, beni o servizi che sia.

Chi scrive ha organizzato o contribuito a più iniziative del genere, con un entusiasmo che è andato via via scemando nel tempo.
E alla luce di esperienze che, soprattutto per i partecipanti, non sempre si sono rivelate positive.

Ed eccone i motivi:

1 - gratuità, che disincentiva la partecipazione attiva, quando questa non si riduce addirittura a semplice presenza formale.
Meglio sarebbe se i corsi fossero a carico dei partecipanti, ai quali verrebbero rimborsati, magari con un premio ulteriore, solo al superamento delle prove conclusive.

2 - burocrazia avulsa dai contesti reali:
ineccepibili dal punto di vista formale, raramente i corsi forniscono i mezzi per un vero inserimento nel mondo produttivo a cui si indirizzerebbero.

3 - Docenza formale:
il corpo insegnante viene scelto per "titoli", piuttosto che per capacità (professionali e didattiche), con evidenti lacune dell'iter formativo, e inevitabile, conseguente scollamento con le successive realtà del lavoro.

4 - Programmi formalmente entusiasmanti, ma destinati a rimanere lettera morta, o quasi.
Redatti a tavolino, senza il contributo di operatori del settore, i piani di studio appaiono assemblati per rispondere soprattutto a esigenze ministeriali.
E non certo finalizzati, se non all'incremento, almeno alla trasmissione di un patrimonio operativo.

5 - Stages aziendali solamente nominali, e monitoraggio lacunoso, se non assente.
O, peggio, affidato a funzionari con le stesse caratteristiche di molti "docenti".

6 - equipaggiamenti e dotazioni tecniche raramente adeguate, per numero e attualità, per un'efficace preparazione degli allievi.

Norme burocratiche assurde limitano in modo soffocante qualsiasi libertà di scelta e d'intervento in favore di allestimenti adeguati a necessità specifiche, tanto che gli standard sono quindi allineati quasi sempre verso il basso.

Soluzioni e proposte?

1 - corsi a pagamento per chi abbandona, o non partecipa con le auspicabili attenzioni.

2 - attribuzione agli enti locali delle necessarie libertà operative;

3 - scelta dei docenti fra i professionisti del settore, retribuiti secondo tabelle di mercato.

4 - redazione di programmi (materie e durata dei cicli di studio) in accordo con gli operatori locali:

5 - monitoraggio affidato alle associazioni di categoria, con prove pratiche e stages effettivi in azienda:

6 - correlazione fra programmi e attrezzature di laboratorio, con opzione privilegiata verso le dotazioni più moderne.

Queste ipotesi, allo stato attuale delle cose appaiono quasi fantapolitica, perché presuppongono in modo quasi automatico la figura di un manager che possa scegliere, e quindi agire, per il meglio.

Un manager magari incaricato pro-tempore, ma responsabile e libero di operare.

E, pur con tutti i rischi del caso, siamo certi che nel complesso i risultati sarebbero migliori.
Visto quella realtà è sotto gli occhi di tutti.

Di tutti quelli che volessero vedere, naturalmente.

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Cercasi dispersi:


Nei meandri della pubblica amministrazione si dovrebbe essere, ben mimetizzata, un'entità che si chiama A.N.A.S. (o successive trasformazioni), e che si occuperebbe delle strade.
Magari non dei cantieri, che debitamente appaltati vengono aperti con spiritosa casualità un poco ovunque, ma proprio di quelle strade minori che fanno parte della nostra quotidiana fatica di vivere.

Già dov'è l'A.N.A.S.,?

Vorremmo sommessamente chiederle come mai i cartelli di lavori in corso tendono a divenire parte integrante del paesaggio, ben oltre il termine dei lavori stessi.

E, approfittando dell'occasione, scoprire la mente eccelsa che ha concepito limiti di velocità di 5, 4, e persino 2 Km all'ora

Se è facile capire i limiti dei 50 kmh messi a distanze lunari dai centri abitati (le casse dei comuni ingraziano!), 5, 4 e persino 2 kmh non sono un chiaro invito a un'abituale disobbedienza?

E i cartelli indicanti le direzioni, da chi sono pianificati?
Se si escludono le autostrade, evidentemente non di competenza dell'A.N.A.S., l'andar per provinciali e comunali presuppone un'ottima conoscenza geografica, o un'indiscutibile predisposizione per il gioco dell'oca.

Infatti, quei numeri che contrassegnavano la strada da Alessandria a Milano, per esempio, sono praticamente scomparsi, e non sono stati sostituiti da una catena di cartelli equivalenti.
Così, capita che ignorando l'esatta sequenza dei paesi intermedi, al primo incrocio di fantasia, si possa imboccare una direzione culturalmente valida (Pavia, magari), ma geograficamente errata.

Nessuno pretende che in un paese benedetto da frequenti nebbie i cartelli siano messi a distanza utile per il cambio di direzione in sicurezza, perché sarebbe pretendere davvero molto

Ma che almeno ci fossero, i cartelli di cui sopra, ci sembrerebbe tutto sommato ragionevole.

E gli incroci con stop, da quale "ufficio competente" sono monitorati?
Può succedere (e, purtroppo, succede) che un paio di addetti A.N.A.S., si appostino in prossimità di un incrocio per valutarne il traffico: una mezz'oretta d'attenta osservazione e si contano due automobili in una
direzione, e una sola proveniente dalla strada confluente: ecco stabilito il criterio di priorità, secondo il quale la prima delle due strade ottiene la precedenza:
più semplice di così

Più semplice di così si muore, e infatti l'incrocio così protetto è regolarmente decorato di vetri rotti e mazzi di fiori, perché la strada dichiarata secondaria:

1 - ha centinaia di auto da e per la vicina città, che nei periodi che precedono e seguono gli orari di fabbrica e d'ufficio, e gli auomobilisti si divertono un mondo giocando a rimpiattino nell'attraversamento;
2 - al contrario della strada dichiarata principale, quella soggetta allo stop interessa l'incrocio coperta da una curva cieca, dalla quale si vede l'eventuale traffico in arrivo solo dopo aver impegnato la mezzeria
dell'incrocio stesso;

Già, dov'è l'A.N.A.S.?

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Cooperazione e fantasia

Al n. 200 di rue de la Loi, a Bruxelles, ha sede la direzione per la cooperazione allo sviluppo, e a qualcuno può venir voglia di elaborare un programma che sembra fatto apposta per gli imprenditori italiani, e per i Paesi dell'Africa, dell'America latina, magari dell'India o dell'Asia.

Gli italiani, avendo le capacità imprenditoriali, e l'agilità che caratterizzano artigianato e piccola industria sarebbero l'ideale per avviare programmi adatti a quelle realtà:
abbondanza di materie prime, manodopera e disponibilità di spazi.

Ci sarebbe persino la possibilità di riavviare produzioni da noi ormai antieconomiche, con il non trascurabile vantaggio di ottenere prodotti realizzati secondo nostre specifiche.

Ma c'è Bruxelles di mezzo, e il formulario d'inserimento (DACON) è fatto su misura per i piccoli imprenditori.
Quelli che, negli ultimi cinque anni possono documentare fatturati pari o superiori a tot. milioni di dollari.

E siccome le ultime tre caselle sono già decorate con gli appositi zeri, è facile immaginare quanti siano le aziende con un fatturato (minimo!) di un miliardo.
Sempre di dollari, naturalmente americani.

Avanti, allora, c'è qualche capomastro che, per insegnare agli egiziani a costruire i muri vuole fare un'altra diga sul Nilo?
Si ricordi gli impianti per la movimentazione di eventuali templi, e si rimbocchi le maniche!

Per caso, non esiste un elettricista di buona volontà che voglia fare un'altra centrale elettrica fra Brasile e Argentina?
Non importa se quella appena finita produrrà tre o quattro volte l'energia che i due Paesi uniti potranno, nella migliore delle ipotesi, consumare nei prossimi venti anni:
gli zeri sul progetto e sui formulari ci sono tutti.

E l'esercito dei disoccupati, pure.

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